Dove non potè la forza, potè il digiuno Non è stato sempre il cibo il protagonista della Storia: a volte è accaduto che fosse il suo esatto opposto. India docet. Il dominio coloniale inglese sull’India fu sconfitto, come si sa, non da sanguinose sommosse nè da truci guerriglie né tanto meno da dure battaglie campali, ma - incredibilmente - dallo spirito indomito di un ometto sereno e sorridente dal fisico scheletrico, scavato dal diuturno digiuno, che predicava incessantemente la sua “filosofia della liberazione” dal giogo britannico mediante la sistematica disobbedienza civile, che, sotto la sua guida, fu messa fermamente in atto da milioni di Indiani. E’ sorta così la più grande rivoluzione pacifica di tutti i tempi. All’indomani della seconda guerra mondiale, che aveva distrutto decine di milioni di esseri umani, l’idea del Mahatma Gandhi di poter conseguire l’indipendenza nazionale senza ricorrere alla violenza appariva semplicemente stupefacente, soprattutto agli Inglesi, primo fra tutti Winston Churchill, il quale sullo striminzito vecchietto indiano, inizialmente ebbe solo frasi denigratorie, che, almeno nell’intenzione dello statista, avrebbero dovuto mettere in evidenza l'enormità della ridicola pretesa di sfrattare l’impero britannico dall’India. Qualche anno fa una famosa scrittrice indiana, Anita Desai, che risiede da tempo negli Stati Uniti, ha ribadito che il digiuno di Gandhi non fu mai un’arma di ricatto né di protesta né, ancora, di penitenza; bensì un atto di sublime purificazione. Se il potere coloniale era da considerare una malattia che minava l’immenso corpo del sub-continente indiano, la cura non poteva essere che la disinfezione dall’inquinamento coloniale, e quindi l’indipendenza nazionale dell’India. Il digiuno voleva significare questa profonda pulizia spirituale, radice di una superiore moralità che alla violenza oppone un atteggiamento pacifico, che nega in modo assoluto qualsiasi ricorso alla violenza. Anita Desai, che è autrice di un libro su Gandhi, ammette di non aver avuto consapevolezza - scrivendo la sua opera, “Fasting Feasting” - dei suoi molteplici frequenti riferimenti al tema del cibo ("Quando scegliamo la dieta giusta - affermò una volta Gandhi - una minima quantità di cibo è sufficiente"), fatto che è stato rilevato e sottolineato dai critici che hanno recensito la sua opera. "Non mi ero resa conto del risalto che avevo dato al cibo nel testo, semplicemente considerandolo, com’è in effetti, parte della vita delle persone (…)" - ha rivelato la scrittrice nel corso di un convegno tenuto a Venezia per la presentazione del libro (intervento in parte riportato nelle pagini culturali de “la Repubblica”, il 18 giugno 2001) - "Solo dopo aver messo sulla carta le mie impressioni della vita americana accanto ai ricordi della mia vita trascorsa in India ho iniziato a riconoscere i legami fra loro, i fili che li legano assieme". Gino Adamo |